Cadavere non identificato di Patricia Cornwell

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Cadavere non identificato (Black Notice) è un romanzo thriller di Patricia Cornwell e pubblicato nel 1999 in America e in Italia nel 2000.

Tutto inizia con un cadavere trovato dentro un container nel porto di Richmond che porta ad un caso internazionale che coinvolge l’Interpol. Kay Scarpetta è coinvolta in un’indagine che porterà sulle tracce di un assassino dalle caratteristiche bestiali che si fa chiamare le Loup-Garou (il lupo mannaro).

Pensiero: mi è sempre piaciuto molto il modo di scrivere di Patricia COrnwell, negli anni ’90 era sicuramente diverso da tutti gli altri. Essendo la protagonista un medico legale molto esperto, non mancano mai spiegazioni dettagliate di corpi, ma anche di metodi nuovi e avanzati per fare le indagini.
Questo è il decimo libro su Kay Scarpetta e inizio a pensare che ci siano un po’ di ripetizioni per il fatto che: la dottoressa sia sempre ricercata dall’assassino a cui dà la caccia; le vengano sempre messi i bastoni tra le ruote da colleghi invidiosi che la vogliono fare licenziare o dimettere; abbia sempre storie d’amore strazianti; a Richmond sembrano esserci solo serial killer super malvagi e anche dai tratti somatici che strizzano l’occhio a Lombroso.
Continuo a leggere i suoi thriller molto velocemente perché sono sempre scorrevoli e ben scritti, ma le storie iniziano forse ad essere un po’ troppo esagerate, come lo sono spesso i comportamenti molto esasperati dei protagonisti.

Cosa ne pensate voi?

Le parti da sottolineare:

  • Il nostro corpo è solo un abito che indossiamo, e dentro di noi c’è molto, molto di più.”
  • Nonostante tutto quello che avevo studiato non riuscivo a capire come facesse il dolore a nascere nel cervello e a diffondersi in tutto il corpo come un’infezione sistemica, erosiva, pulsante, che lasciava infiammati e indolenziti e arrivava a distruggere carriera e famiglie, quando non addirittura la vita.”
  • “La crudeltà si pasce di quel che percepisce come debolezza”, continuai.
    Io conoscevo il male, ne sentivo l’odore, lo riconoscevo a distanza.
  • “Datti una regolata”, lo sgridai. “Non è sparandosi in testa che si rimedia ai propri problemi, capito? Lo sai cos’è il suicidio?”
    Mi guardò con gli occhi sgranati.
    “L’estremo vaffanculo di chi vuole sempre avere l’ultima parola”, risposi.
  • “In fondo non c’è nulla di cui aver paura a parte la paura”, disse. “Ci si fa tatuare un simbolo di morte per vincere la paura di morire. Un po’ come quelli che hanno paura dei serpenti e vanno allo zoo apposta per toccarli. In fondo anche per lei è così, dottoressa. Non pensa che avrebbe più paura della morte se non la vedesse ogni giorno?”
  • Non avevo mai odiato nessuno in vita mia, perché l’odio era come il veleno e avevo sempre cercato di evitarlo. Odiare equivaleva a perdere e io volevo cercare di resistere.
  • “Il difficile in tutti i casi di cui mi sono occupato, è che non c’è mai una pista sola. Si mettono insieme talmente tanti elementi che, quando alla fine si risolve il caso, si potrebbe scrivere una biografia dettagliata della vittima. E la metà delle volte che si trova un legame tra due fatti diversi non c’entra un accidente.”
  • “Nietzsche aveva ragione”, sussurrai desolata. “Bisogna stare attenti a chi si sceglie come nemico, perché è a lui che si assomiglierà di più.”
  • Mi venne in mente Lady Diana e la mia depressione aumentò.
    Ricordavo la mattina che avevo saputo della sua morte alla radio, appena sveglia, e il mio primo pensiero era stato di incredulità, quasi i nostri dèi fossero immuni dalla morte improvvisa e casuale che affligge il resto dell’umanità. Non vi è nulla di glorioso nel morire per colpa di un ubriaco al volante, ma di fronte alla morte siamo tutti uguali. La morte non fa distinzioni.
  • “È una donna”, risposi. “E a volte le donne sono peggio degli uomini. Forse perché si sentono più insicure, minacciate. Invece di aiutarsi a vicenda, tendono a mettersi i bastoni tra le ruote l’una con l’altra.”
  • “Non c’è nessuno che vada bene per me, è questo quello che pensi?”
    Ci rifletté.
    “E nessuna che vada bene per te. Perché non reggono il confronto con Doris, vero? Quando hai divorziato sei stato male, no? E le donne che hai avuto dopo non sono state niente, rispetto a lei. Ma bisogna continuare a provare, Marino. Continuare a vivere.”

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