Il seggio vacante di J.K.Rowling

Non sono mai rimasta molto sconvolta da un libro, ho sempre saputo che la creatività di un autore può arrivare ovunque e che ci sono tantissimi libri la fuori con scritte cose che non ti aspetti.
Ma Il seggio vacante di J.K. Rowling, edito da Salani Editore, mi ha sconvolta parecchio, in modo positivo e negativo.

Trama.

A chi la visitasse per la prima volta, Pagford apparirebbe come un’idilliaca cittadina inglese. Ma sotto lo smalto perfetto di questo villaggio di provincia si nascondono ipocrisia, rancori e tradimenti. Tutti a Pagford, dietro le tende ben tirate delle loro case, sembrano aver intrapreso una guerra personale e universale: figli contro genitori, mogli contro mariti, benestanti contro emarginati. Eppure, dalla crisi totale, dalla distruzione di certezze e valori, ecco emergere una verità spiazzante, ironica, purificatrice: che la vita è imprevedibile e spietata, e affrontarla con coraggio è l’unico modo per non farsi travolgere, oltre che dalle sue tragedie, anche dal ridicolo.

Parto dal presupposto che il periodo è quello che è, viviamo in un momento difficile senza precedenti, la mia ansia galoppa e quando ho iniziato questo libro un mese fa 1. credevo che fosse un thriller (non chiedetemi perché) e 2. ero in una fase da blocco del lettore.
Insomma, inizia con una morte, di Barry Fairbrother, quindi all’inizio continuavo a leggere pensando che prima o poi sarebbero partite indagini. E invece niente. Quando mi sono accorta che non era un thriller, ho iniziato a pensare che fosse il libro con la caratterizzazione dei personaggi migliore che avessi mai letto. Su ognuno di loro si potrebbe a sua volta scrivere un libro. Ti sembra di conoscerli da una vita.
E’ proprio la bravura della Rowling quella di creare tutta la storia del personaggio prima di inserirlo a dovere nella storia. Lo ha fatto magnificamente anche con Harry Potter.

Eh niente, il problema, però, è che dopo un poco, mi sono accorta che non me ne fregava niente di cosa potesse succedere a sta gente nelle pagine successive. E sono entrata in una crisi profonda in cui non volevo iniziare un altro libro, perché non mi piace leggere più libri contemporaneamente e perché non riuscivo ad andare avanti con questo. La voglia era a zero.
A tocconi e bocconi (tucò e bucò, come diciamo in piacentino) in un mese ho letto 350 delle 550 pagine. Un parto.

Poi sono arrivata finalmente a un punto decisivo del libro dove succedono le cose che io odio di più al mondo (violenza su donna e abbandono di bambini piccoli) e allo stesso tempo ho iniziato a ridere. Praticamente questa cittadina inglese, Pagford, si divide tra il ridicolo degli abitanti “senza problemi” e la tragedia di quelli delle case popolari. Incazzatura a mille verso certi personaggi, simpatia crescente verso altri, e doppio pianto finale. Ho letto le ultime 200 pagine in 3 ore.

La storia di questa cittadina tocca il fondo, proprio quando un personaggio tocca il fondo del fiume, e risale appena timidamente, non lasciando, a mio parere, uno spiraglio positivo, come spesso accade nelle storie. Non rimane molto del vaso iniziale, i cocci sono in frammenti troppo piccoli per essere ricostruito a dovere. Pagford è segnata. Ma in qualche modo tutti gli abitanti andranno avanti anche se pieni di cicatrici fisiche e mentali.

Ecco, ho pianto per due volte alla fine del libro. Le emozioni che ti fa provare sono tante e diverse, questo libro rappresenta, purtroppo la realtà di certi posti. E’ un libro realista, cioè che parla di qualcosa che è probabile che possa accadere anche se è inventato.
Vorrei dire molte più cose ma non posso permettermi di spoilerare altro, è un romanzo complesso che va letto senza sapere nulla. Ma almeno ora non penserete che sia un thriller (sob!).

Consiglio questo romanzo? Ecco, io non lo so. Se provate davvero tanta rabbia verso certi argomenti di ingiustizia sociale forse vi farà incazzare un po’ troppo, come ha fatto con me. Ma se volete il realismo della campagna inglese, porca miseria, questo è il vostro libro.

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